REFLECTIVE HORIZONS
Reflective Horizons nasce nei momenti in cui il mio gesto ha bisogno di espandersi, non di raccogliersi. Guardo a Rothko, per il modo in cui il colore può diventare un campo emotivo capace di assorbire chi guarda; guardo a Ciara Gilmore e Simon Kenny, che nello stesso linguaggio dell'astrazione lirica tengono insieme materia scura e luce che si scioglie, rigore e mistero.
Le mie campiture non restano mai piatte: si muovono come acqua, seguono la luce con un istinto proprio, perché credo che siamo fatti di energia, e l'energia prende forme diverse — a volte materia densa, a volte luce pura. Ogni opera vive del contrasto tra le due: buio e chiarore, superficie materica e velatura sottile.
È il polo opposto, nel mio lavoro, rispetto ai mandala e ai geodi che costruisco punto per punto: lì mi concentro verso un centro, qui mi espando verso un orizzonte. Sono due facce dello stesso respiro.




